San Giacomo

Passi cadenzati sul sentiero,

Di un silenzio genuino, piacevole da ascoltare.

Tutto intorno è coperto di un candido manto.

Il marino alita un tepore dolce sul viso.

Ho intravisto due spiriti del bosco:

Fermi e sospettosi, mi hanno osservata per un solo momento.

Sono fuggiti facendo danzare le loro corna,

uno schiocco di zoccoli sulle pietre.

La chiesetta è sola, in mezzo alla neve.

Si lascia cullare dal vento,

osserva la valle addormentata.

Il sole d’inverno le bacia la fronte.

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Abbiamo passeggiato tenendoci per mano

Stringo in mano un anello.

Stringo la bellezza degli anni e delle gioie vissute insieme.

Stringo sul cuore mille ricordi di dolcezza, di affetto e di amore.

Stringo giorni, avventure, ansie, paure.

 

Anche quest’anno le foglie sono volate via.

Il paese resta silenzioso e il vento continua ad accarezzare i volti dei passanti che nascondono il viso sotto il cappello.

C’è il profumo d’autunno nell’aria, l’abbraccio del fumo dei fuochi nei castagneti che mi stringe.

Siamo arrivati sin qui stringendoci per mano.

 

Ho raccolto mille voci e mille suoni, li ho rivisti chiudendo gli occhi.

Giunti fin qui, le strade si separano.

Prendo quel sentiero nel bosco che si arrampica tra le fronde insidiose, a te lascio il sentiero in terra battuta che ricordo darti più sicurezza.

Non so, però, cosa riservi, in questa stagione, quel sentiero.

 

 

Abbiamo passeggiato tenendoci per mano,

Ora possiamo lasciare scivolare via il sostegno dell’altro.

Il sole è tramontato dietro al monte in fretta, come suo solito.

Le mani pungono dal freddo e stringono ancora dolci ricordi.

 

 


Vetro

Rugiada che si insidia fra le ossa.

Un vetro doloroso attraversa il cuore

Sofferenza radicale. Inutile.

Respira aria di vita

Taci il male profondo

Inutile levigare un’anima appuntita

Soffia via con alito di ferocia le parole

Silenzia il battito, attenua le parole

Il vetro di ghiaccio prima o poi si scalderà

e abbandonerà il cuore.


Autoterapia

Oggi qualcuno mi ha detto che gli scrittori sono uomini che hanno fallito.

Costui mi ha sfidato. Glielo si leggeva negli occhi che non credeva minimamente a quello che aveva appena pronunciato.

Come mio solito ho cercato di controbattere, provando a spiegare il perché gli scrittori non fossero dei falliti.

Le mie doti da oratrice sono sempre state pessime. Ecco perché scrivo.

Tempo fa un amico mi aveva detto “Continua a scrivere. Sei una brava scrittrice.” ed io avevo subito ribattuto “Non sono una scrittrice. Sono una che gioca a “fare la scrittrice”. La sua risposta fu “E’ la stessa cosa”.

Non indagai in quel momento. Non sapevo cosa dire e non saprei che dire anche ora.

Mi rendo conto che scrivere è una responsabilità, servono determinate capacità che sicuramente non possiedo.

La scrittura resta però la mia terapia. La più sana, la più adatta.

In uno dei miei scritti avevo definito la mia memoria “un colino”: perché fa passare tutto e trattiene solo alcune cose, le più difficili da dimenticare perché più grandi, di un certo peso.

Il dolore, ad esempio.

Il dolore non svanisce, è risaputo che la mente fatichi a dimenticare esperienze dolorose che marcano in modo indelebile la nostra vita.

Le altre emozioni sono più effimere. La felicità ad esempio: è un’emozione bellissima. Tutte le emozioni bellissime, in quanto tali, desideriamo viverle appieno e ci scordiamo di scriverne, di parlarne “sulla carta” come direi io. Passano facilmente.

Preferiamo scrivere di emozioni complicate. Di tutto ciò che ci tiene in bilico. Che, forse, tenendo chiuse dentro di noi, diventerebbero intollerabili.

La scrittura è una terapia efficace. Permette di estraniare da sé tutto quello che ci preoccupa. Ci libera di un peso.

Chi scrive lo fa per sé. Coloro che leggono un libro e pensano: “Caspita! Sembra parli di me!” non hanno capito nulla. Chi scrive lo fa con passione. Solo per sé. Perché è come se dentro al suo “io” ci fossero due anime: una legata all’essere più mite, l’altra lotta continuamente, si sente in gabbia, ha bisogno di parlare, di raccontarsi.

Lo scrittore ha un potere incredibile. Ha il potere di far parlare quell’anima più capricciosa, di raccontare storie meravigliose, incredibili. Parla di ogni cosa e fa stare bene chi legge. Soprattutto cerca di far stare bene se stesso.

Desidererei davvero, con tutto il cuore, possedere una memoria più forte. Una memoria che mi consenta di ricordare con facilità nozioni di ogni genere. Invece no. Mente instabile, memoria altrettanto.

Spesso mi fermo a pensare al fatto che in mano, concretamente, non stringo nulla. Vivo di illusioni e di buone intenzioni. E’ una sensazione distruttiva, persistente.

Continua a farsi strada nella mia mente, anche ora. Continuo a scrivere: la mia seconda anima vuole fuggire da me, ancora e ancora…

 

Persiste nella mia testa una frase di un uomo, a mio dire, molto saggio…

A vent’anni volevo cambiare il mondo. Qualcuno mi disse: scrivi.”

 

 


Drown

Non ho mai imparato a nuotare. Credo sia per questo che nei miei incubi spesso immagino di annegare.

In questo periodo della mia vita annego spesso. Sembra quasi che sia ferma lì, nell’acqua gelida, al freddo, senza sapere come muovermi.

Ogni tanto smetto di annaspare: trattengo il respiro e calo giù. Poi, giusto un attimo prima di toccare il fondo, qualcuno mi prende con forza per la testa e mi riporta a galla. Un’altra boccata d’aria. Non mi trascina a riva. Mi dice semplicemente: “Nuota, ce la farai da sola”.

Invece non ce la faccio da sola. Vorrei che qualcuno mi lanciasse un salvagente. Vorrei, magari, vedere una mano trascinarmi con sé in salvo. Non arriva.

Il cuore è in tumulto. Rimbomba aggressivo nella gabbia toracica. Rivoli di lacrime che immagino solcare il viso, trattenuti da orgoglio e rabbia.

E’ tardi, ormai non c’è più luce. Io corro, corro con la mano stretta attorno al suo guinzaglio. Di colpo mi fermo. Mi manca il respiro. Lui torna indietro e mi lecca una mano, poi mi trascina con sé, più avanti.

Il fumo dei seccatoi invade l’aria della sera. Nessuna luce. Nessun rumore. La corda stretta che stritola la mano, per domare la bestia, provoca dolore, ma mi ricorda di essere lì realmente, di essere lì davvero.

Vortici di idee, di pensieri e di grida di aiuto inondano la testa. Gli occhi annebbiati, sono dolenti mentre trattengono un fiume che non può permettersi di uscire dal suo corso. Non stasera. No.

Parole difficili, di odio, gridate contro l’altro. Urla nella casa, poi silenzi, poi ancora parole.

La testa pesa di più, il cuore un macigno enorme. Libero Lui dal guinzaglio, corre felice.

Non ritorna nel suo recinto, lo conduco con la forza. Mi chiudo la porta alle spalle, uno sguardo triste mi segue rientrare.

Un altro giorno che muore.


Black

Non è facile spalancare come ogni mattina le persiane e non trovare il tuo muso allegro ad augurarmi il “Buongiorno”. Non è facile nemmeno, quando chiudo le porte del garage e mi avvio a salire in macchina, perdere la mia solita abitudine di salutarti, di dire rivolta verso la tua cuccia “Ciao Black!”.

Alla sera , poi, è ancora più difficile rincasare e dover affrontare la mia paura del buio senza il tuo aiuto, amico mio, che mi accoglievi festoso e mi facevi dimenticare il mio timore delle ombre notturne.

Non sarà facile, quando cucinerò, dover pensare al fatto che gli ossi delle costine, le bucce del salame finiranno nella spazzatura, mentre prima erano il tuo bocconcino preferito che ti illuminava gli occhi quando ti venivo incontro a portarteli.

Non sarà facile abituarmi al fatto che tu non sia più a proteggermi, ad abbaiare ai pericoli per difendere la tua famiglia, così come non sarà facile vedere sempre più spesso quel guinzaglio appeso in casa a prendere la polvere.

Se ci penso bene, però, mi viene da sorridere dopo tutto, perché hai voluto ancora farci uno splendido regalo di Natale: abbiamo trascorso gli ultimi tre giorni insieme,  sebbene tu fossi stanco e malato, sei rimasto vicino a me e mio fratello fedele e devoto come sei sempre stato.

Sapevo che c’era qualcosa di strano in te, lo sapevo perché non appena ti guardai negli occhi, quelli in cui di solito brillava quel desiderio di libertà immenso, quel giorno eri diverso:  mi guardavi  sconvolto, bisognoso di coccole silenziose e mentre ti liberavo per l’ultima volta non hai sentito quell’impellente desiderio di correre via verso la strada che conduce alla casa di nonna, questa volta è stato diverso.

Una volta libero te ne sei stato vicino alla porta di casa, osservandomi silenzioso, mentre io passavo la mia mano sul tuo pelo soffice molte volte, certa ormai di quello che stava accadendo.

Poi ti sei avviato verso la tua cuccia e da lì non ti sei più mosso, ci hai augurato ancora Buon Natale con i tuoi occhi sempre più vacui e poi ti sei lasciato abbandonare alla notte fredda di Santo Stefano.

Mi manchi davvero tanto, specie se penso a quel batuffolo di pelo che eri, 10 anni fa, tra le mie mani; poi sei cresciuto e sei diventato il mio protettore, il mio cagnone irruento ed affettuoso, il mio accompagnatore preferito nelle tiepide giornate di primavera, in quelle calde d’estate e in quelle più fredde dell’autunno in giro per i boschi di Viola, alla ricerca di fiori, fragoline, funghi o castagne.

Ora  mi sento un po’ meno protetta, un po’ più scoperta, non so dove poggerò la mia mano mentre percorrerò i sentieri montani a noi tanto cari.

Poi, però, penso a te e sorrido, certa ormai che sei finalmente libero e che ad ogni mio passo tu continuerai ad accompagnarmi, ad aspettarmi  quando il cammino si farà più faticoso e la strada sarà più in salita, come facevi sempre. Perché un amico non si abbandona mai.dscn0722


Il regalo dell’infanzia

Mi rendo conto solo oggi che non apprezziamo le cose belle nel momento esatto in cui ci accadono.

Oggi, percorrendo a piedi le strade di un paese, osservavo la neve sporca ai bordi della carreggiata. Quella neve che oggi vedo come un ostacolo, un fastidio.

Osservandola mi sono accorta che c’era un periodo non troppo lontano della mia breve vita in cui non facevo altro che attendere quei fiocchi magici giù dal cielo.

L’essere bambini è una delle cose più belle che ci è concessa. L’infanzia felice, il regalo più grande  che i genitori possono farci.

Io mi immagino a trainare sulla neve fresca il mio bob azzurro, col seggiolino morbido. Non ce la facevo proprio ad aspettare un giorno ancora perché la neve diventasse più compatta, in modo da non dover sprofondare con gli stivali. La neve appena caduta era una meraviglia assurda. Faticavo volentieri, arrampicandomi, con la neve alta fino alla vita, lungo la salita del bosco vicino a casa per poter pregustare la sempre troppo breve discesa in mezzo agli alberi carichi di quella coltre bianca.

Il più delle volte ero sola, in quel bosco silenzioso. A Viola Castello, soprattutto durante gli inverni di dieci anni fa, non c’era nessun bambino con cui giocare nella neve. Poi nacque mio fratello, così guadagnai un compagno di giochi e un degno avversario per la lotta a palle di neve.

Quegli attimi di silenzio, però, là nel bosco addormentato, rotti solo dalle risate per le cadute dal bob, rotolando in quella fredda farina restano un meraviglioso ricordo. Un ricordo che se si rifà vivo nella mente, rende impossibile trattenere un grande sorriso.

Quello era il tempo migliore, il tempo in cui il freddo non era freddo, ma era solo il campanello di allarme che ci faceva vestire con cappelli e guanti caldi per correre a riempirci di palle di neve. Quei momenti in cui sbracciare nella neve non ci faceva pensare al raffreddore del giorno dopo, ma solo al fatto che stavi facendo l’angelo nella neve e guardare il cielo sereno a pancia in su era bellissimo. Il tempo in cui si era felici per le cose semplici e si era felici per davvero.

Crescendo mi sono resa conto che tutto questo si è affievolito, è rimasto alle spalle come fosse un ricordo. Credo di aver perso quella voglia di essere divertita e felice per le cose semplici. Tornerei volentieri indietro, qualche volta, per ripercorrere la stessa salita, trainando quel bob così pesante per una bimba di 10 anni.

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