Black

Non è facile spalancare come ogni mattina le persiane e non trovare il tuo muso allegro ad augurarmi il “Buongiorno”. Non è facile nemmeno, quando chiudo le porte del garage e mi avvio a salire in macchina, perdere la mia solita abitudine di salutarti, di dire rivolta verso la tua cuccia “Ciao Black!”.

Alla sera , poi, è ancora più difficile rincasare e dover affrontare la mia paura del buio senza il tuo aiuto, amico mio, che mi accoglievi festoso e mi facevi dimenticare il mio timore delle ombre notturne.

Non sarà facile, quando cucinerò, dover pensare al fatto che gli ossi delle costine, le bucce del salame finiranno nella spazzatura, mentre prima erano il tuo bocconcino preferito che ti illuminava gli occhi quando ti venivo incontro a portarteli.

Non sarà facile abituarmi al fatto che tu non sia più a proteggermi, ad abbaiare ai pericoli per difendere la tua famiglia, così come non sarà facile vedere sempre più spesso quel guinzaglio appeso in casa a prendere la polvere.

Se ci penso bene, però, mi viene da sorridere dopo tutto, perché hai voluto ancora farci uno splendido regalo di Natale: abbiamo trascorso gli ultimi tre giorni insieme,  sebbene tu fossi stanco e malato, sei rimasto vicino a me e mio fratello fedele e devoto come sei sempre stato.

Sapevo che c’era qualcosa di strano in te, lo sapevo perché non appena ti guardai negli occhi, quelli in cui di solito brillava quel desiderio di libertà immenso, quel giorno eri diverso:  mi guardavi  sconvolto, bisognoso di coccole silenziose e mentre ti liberavo per l’ultima volta non hai sentito quell’impellente desiderio di correre via verso la strada che conduce alla casa di nonna, questa volta è stato diverso.

Una volta libero te ne sei stato vicino alla porta di casa, osservandomi silenzioso, mentre io passavo la mia mano sul tuo pelo soffice molte volte, certa ormai di quello che stava accadendo.

Poi ti sei avviato verso la tua cuccia e da lì non ti sei più mosso, ci hai augurato ancora Buon Natale con i tuoi occhi sempre più vacui e poi ti sei lasciato abbandonare alla notte fredda di Santo Stefano.

Mi manchi davvero tanto, specie se penso a quel batuffolo di pelo che eri, 10 anni fa, tra le mie mani; poi sei cresciuto e sei diventato il mio protettore, il mio cagnone irruento ed affettuoso, il mio accompagnatore preferito nelle tiepide giornate di primavera, in quelle calde d’estate e in quelle più fredde dell’autunno in giro per i boschi di Viola, alla ricerca di fiori, fragoline, funghi o castagne.

Ora  mi sento un po’ meno protetta, un po’ più scoperta, non so dove poggerò la mia mano mentre percorrerò i sentieri montani a noi tanto cari.

Poi, però, penso a te e sorrido, certa ormai che sei finalmente libero e che ad ogni mio passo tu continuerai ad accompagnarmi, ad aspettarmi  quando il cammino si farà più faticoso e la strada sarà più in salita, come facevi sempre. Perché un amico non si abbandona mai.dscn0722


Il regalo dell’infanzia

Mi rendo conto solo oggi che non apprezziamo le cose belle nel momento esatto in cui ci accadono.

Oggi, percorrendo a piedi le strade di un paese, osservavo la neve sporca ai bordi della carreggiata. Quella neve che oggi vedo come un ostacolo, un fastidio.

Osservandola mi sono accorta che c’era un periodo non troppo lontano della mia breve vita in cui non facevo altro che attendere quei fiocchi magici giù dal cielo.

L’essere bambini è una delle cose più belle che ci è concessa. L’infanzia felice, il regalo più grande  che i genitori possono farci.

Io mi immagino a trainare sulla neve fresca il mio bob azzurro, col seggiolino morbido. Non ce la facevo proprio ad aspettare un giorno ancora perché la neve diventasse più compatta, in modo da non dover sprofondare con gli stivali. La neve appena caduta era una meraviglia assurda. Faticavo volentieri, arrampicandomi, con la neve alta fino alla vita, lungo la salita del bosco vicino a casa per poter pregustare la sempre troppo breve discesa in mezzo agli alberi carichi di quella coltre bianca.

Il più delle volte ero sola, in quel bosco silenzioso. A Viola Castello, soprattutto durante gli inverni di dieci anni fa, non c’era nessun bambino con cui giocare nella neve. Poi nacque mio fratello, così guadagnai un compagno di giochi e un degno avversario per la lotta a palle di neve.

Quegli attimi di silenzio, però, là nel bosco addormentato, rotti solo dalle risate per le cadute dal bob, rotolando in quella fredda farina restano un meraviglioso ricordo. Un ricordo che se si rifà vivo nella mente, rende impossibile trattenere un grande sorriso.

Quello era il tempo migliore, il tempo in cui il freddo non era freddo, ma era solo il campanello di allarme che ci faceva vestire con cappelli e guanti caldi per correre a riempirci di palle di neve. Quei momenti in cui sbracciare nella neve non ci faceva pensare al raffreddore del giorno dopo, ma solo al fatto che stavi facendo l’angelo nella neve e guardare il cielo sereno a pancia in su era bellissimo. Il tempo in cui si era felici per le cose semplici e si era felici per davvero.

Crescendo mi sono resa conto che tutto questo si è affievolito, è rimasto alle spalle come fosse un ricordo. Credo di aver perso quella voglia di essere divertita e felice per le cose semplici. Tornerei volentieri indietro, qualche volta, per ripercorrere la stessa salita, trainando quel bob così pesante per una bimba di 10 anni.

0be35c93-f9d4-4ab4-a4b8-5dff2a36f6e1


Il branco

Si destò dal suo sonno tormentato dagli incubi, uno in particolare era più vivido degli altri, sempre lo stesso.
Gumala scrollò il pelo e aprì gli occhi, rendendosi conto di essere tornata alla realtà.
Quel sogno le aveva fatto tornare in mente il branco: ne era passato di tempo dall’ultima volta che avevano corso insieme.
Poi la linea diretta che legava la mente di Gumala a quella dei suoi famigliari si era spezzata, improvvisamente.
Aveva resistito a lungo: finché aveva potuto, finché il capobranco fu in grado di influenzare le sue decisioni, di porle dei limiti.
Oltre certi orizzonti, certe pianure sconfinate, certi monti impervi, lei non poteva cacciare, non poteva esplorare, non poteva essere libera.
I suoi pensieri, i suoi sogni e le sue ambizioni continuavano ad essere limitati dalle decisioni degli altri membri del clan. Quella era la legge del branco, il lupo più anziano la dettava e la faceva rispettare insieme ai suoi figli.
Gumala era ancora troppo giovane; aveva carattere e coraggio, ma la gerarchia parlava chiaro. Una lupa troppo lontana dalle leggi di Madre Natura.
“Malata”.
Così si era sentita definire dagli altri lupi. Non era adatta a quel luogo, se lo ripeteva ogni giorno.
Eppure prima tutto sembrava facile, sembrava tutto meraviglioso. Non era difficile condividere i pensieri degli altri lupi, prima.
Poi la luna, in una notte di agosto, quasi esplose di luce di fronte agli occhi di Gumala o almeno così lei credette. Era diventata così bella, così luminosa. Le stelle sembravano insignificanti a confronto.
E quella notte la lupa si rese conto di quanto, in così poco tempo, era in grado di fare la luna: da invisibile a splendente più delle stelle.
Gumala voleva poter seguire il suo esempio: riuscire a splendere. E si rese conto di non poter riuscire a realizzare il suo sogno, non finché il branco la oscurava con le sue leggi.

Le ringhia e gli occhi gialli nel buio. Un boato. Un altro sogno.
Gumala si destò veramente, questa volta, e ricominciò a correre.


Nido

Ci siamo. Settembre. Quel tempo ormai dal sapore autunnale scandisce l’imminente inizio della scuola. Domani, nella maggior parte delle regioni italiane, la campanella suonerà, annunciando l’inizio dell’anno scolastico.

Per i più piccoli è un evento da ricordare: l’inizio delle materne, delle elementari, delle medie, la prima superiore… Tante prime volte…Tante nuove realtà.
Per i più grandi, invece, ricomincia la routine: sveglia alle 6, scendere con gli occhi che non vogliono decidersi ad aprirsi, la voce impastata dal sonno, colazione, bus, prima campanella, ecco a voi l’anno scolastico 2015/2016!

La corsa per i banchi, i prof che parlano e riparlano, i soliti visi noti, poi le facce nuove, le lezioni che sembrano non finire mai, gli intervalli troppo corti, le verifiche, le interrogazioni e i mal di testa che ti mettono ko.

Ripenso a un anno fa, all’inizio del mio ultimo anno delle superiori. Il mio ultimo primo giorno di scuola. La prima parola che si è ripetuta fino allo sfinimento, già il primo giorno, è stata “esame”: “Quest’anno avete un esame”, “Quest’anno non si scherza, si studia come mai prima d’ora, avete la maturità”, “Non crediate di potervi ridurre all’ultimo minuto, si studia tanto e tutti i giorni, sennò nemmeno vi ammettiamo all’esame”.

Tanto per aiutare la nostra immaginazione a galoppare verso un’ansia infinita nei confronti di quello che sembrava essere l’anno peggiore, che si sarebbe concluso con la prova più difficile della nostra vita di studenti delle superiori.

Eppure lo ricorderò come l’anno migliore. Certo, fatto di sacrifici, di giornate intere passate chiusa in casa sui libri, con momenti di ansia e di attimi in cui mi ripetevo “non ce la faccio più”, però con la convinzione che ogni momento di quell’anno (dai litigi con i compagni, dalla moltitudine di verifiche fissate lo stesso giorno, dalle divergenze coi prof, dalle simulazioni di 1a, 2a e 3a prova, alla preparazione della tesina) sarebbe stato, poi, solo un caro ricordo che mi avrebbe fatta sorridere.

Se penso a me, solamente un anno fa, mi rivedo come tutti quei ragazzi che domani ricominceranno scuola: col broncio per la fine dell’estate e delle vacanze, con la voglia di lanciare fuori dalla finestra la sveglia non appena avesse suonato le 6, a dire di continuo “che barba, non ce la posso fare”, “oddio no, tutta quella roba da studiare”.

Perché si, la scuola è una rottura. Oggi, però, mi sento di dire che quella rottura un po’ mi manca, sorridendo nel non vedere più lo zaino appoggiato contro la scrivania, i fogli sparsi ovunque, i libri pesanti come mattoni.

Solo un anno dopo dall’inizio della fine, mi rendo conto che la scuola non è nient’altro che un “nido”, tipo quello di cui parla Pascoli nelle sue poesie: ci protegge dalle brutture del mondo esterno che se ne frega di noi esseri umani. Fuori è davvero un’altra cosa rispetto a quel “nido” che ci ha protetti per tanto, fuori è peggio.

Perciò godetevi questi anni, godetevi questi attimi, anche quelli peggiori, perché poi, girandovi indietro per ricordarli, vi si stamperà un sorriso immenso e sincero sul volto.

Ma domani per me sarà lo stesso un nuovo inizio, l’emozione mi tiene accesa e scalpitante, forse un po’ timorosa… ma questa è un’altra storia…


Nebbia

Viola.

Piove dolcemente. Un velo di nebbia nasconde le montagne vicine. Si respira un’aria autunnale, sembra quasi che la nebbia, con il suo abbraccio silenzioso, zittisca i pensieri, calmasse gli animi.

Un gallo canta nel pollaio vicino, l’abbaiare di un cane, una macchina che ogni tanto percorre veloce la strada bagnata. Poi silenzio.

Le montagne tacciono. Il verde dei castagni circonda la casa, mentre i ricci crescono e si beano della pioggia fine.

E’ solo agosto, ma è quasi settembre.


L’estate della maturità

Non mi sono scordata come si scrive, né tantomeno di scrivere. Certo, non vedo il mio diario aggiornato da un po’, mi sono arrugginita. Cosa è successo? Tanto, troppo. Non so se mi ricordo tutto. Difficile.

L’estate della maturità. Non mi veniva un titolo più furbo. Forse dovevo aspettare la fine. Di solito i titoli si danno sempre alla fine, è giusto così. Non si può giudicare un racconto fin dal principio. Un racconto ha una sua “crescita”, un po’ come le persone: non potrai mai giudicarle bene, nemmeno dopo anni.
Beh, senz’altro non è un titolo sbagliato. E’ coerente. Reale.

Maturità. La rivivrei ancora. Un periodo pesante, intenso e devastante della mia vita, sia emotivamente che fisicamente. Difficile anche per le persone che mi stanno accanto. D’altronde non ho visto la luce del sole per due mesi consecutivi. Gli occhi e la mente buttati addosso a montagne di libri. L’ultimo giorno di scuola delle superiori. L’ansia della mia notte prima degli esami. Gli scritti. L’orale. Il pensiero di sedersi per l’ultima volta ad un banco come quelli. L’ansia di vedermi di fronte tutta la Commissione attenta alle mie parole e ai miei ragionamenti. Professori mai visti che si complimentano per la mia spontaneità nel rispondere, del fatto che ragiono con facilità, della mia ambizione e del mio modo di comunicare efficace.

Carica di ambizioni. Si. Forse troppe. Nonostante fossi sempre stata abituata a dover pensare in piccolo, al dimenticarmi di puntare in alto perché “tanto è difficile, tanto non ce l’avrei fatta”. Invece io ce l’ho sempre fatta. Con costanza, impegno e molto sacrificio. I mal di testa incessanti, i “non ce la faccio più” ripetuti. Ma la scuola dopotutto è sempre stata la mia unica vera soddisfazione. Il mondo in cui potevo “valere” qualcosa, “essere qualcuno”. E’ finito. Con successo, ma è finito. E resterà solo un ricordo.

L’amore per la conoscenza non svanisce. Resta lì in un angolo. Intanto le nozioni cominciano ad affievolirsi, gli insegnamenti piano piano si scordano. Tipico della mia memoria a breve termine. Non posso farci nulla, l’ho sempre detto che la mia memoria è simile ad un colino.

In quest’ estate ho mutato molto il mio modo di pensare. Viola riveste per me sempre l’immagine del mio luogo di calma e di infanzia, ma sta cominciando a farsi strada nella mia mente l’idea di fuggire. Non è un desiderio di fuga dai miei boschi, dai miei luoghi di pace, è necessità di allontanarsi da chi vuole trasformare il mio paradiso nella mia più triste prigione. Incatenata dalle parole, dai gesti e dalla volontà di chi crede di conoscermi e invece non sa nulla di me. Deve esserci, nella loro mente, un progetto ben preciso che limita i miei sogni e i miei desideri.
E’ proprio vero, esistono dei “muri invalicabili” come diceva Montale nelle sue poesie. Io sono convinta che questi “muri” siano le persone. Sarebbe molto più semplice se non ci fossero questi ostacoli di emozioni, la vita sarebbe più libera e forse anche più istintiva e facile.

“Chi è padrone di andarsene in qualunque momento è padrone della sua vita” mi sento di dire. Limiti. Ovunque. Limiti di denaro, limiti di distanza, limiti di parole, limiti di pensiero, limiti di sogni. Se ci facessimo più caso, ci renderemmo conto di quanto, in realtà, siamo circondati da troppi limiti, più forti della nostra volontà.

Viaggiare è un buon rimedio. Tiene a bada la nostra mente quel tanto che basta da non lasciarci scivolare nella pazzia della quotidianità.
Suono delle onde del mare, la carezza calda del sole che tinge la pelle d’ambra, il sale tra i capelli. Calma e pace. Una settimana è volata così. Senza pensieri, con semplicità. Bastava questo.

Comunque al ritorno di ogni viaggio, breve o lungo che sia, qualcosa in tasca ti resta sempre. La voglia di cambiare una virgola nella tua vita, il pensare che tanto sarà sempre tutto difficile: lasciar perdere non è mai la soluzione giusta. Essere pazienti, costanti e provare. Tanto si sbaglia sempre, e, anzi, alla fine gli sbagli restano le scelte migliori della nostra vita.


Al primo affacciarsi della sera

Al primo affacciarsi della sera

torna alla sua casa il contadino

là, dove il sole cocente martellava la testa,

ora le ombre tutto invadono.

Canto di grilli, stridore di zampe

In cielo le stelle accendono i corpi.

La terra e il suo grano

si tempestano di lucciole.

Vagano senza meta, i lumicini,

in un girotondo

che dura fino all’accendersi

delle prime luci.

Respiro di natura circonda le montagne,

il fedele amico sbuffa vicino alla sua cuccia.

Giorno d’estate,

di un luglio rovente.